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I ‘mistiari’ di una volta riscoperti con la pandemia

Mistiari Sartoria

Impara l’arte e mettila da parte, questo il detto per chi voleva apprendere regole e metodi dei ‘mistiari’ di una volta. Come tutti i grandi ammaestramenti popolari, anche questo conduce proverbialmente a differenti livelli di significato. A noi, però, interessa l’ineludibile accezione che esorta a imparare, nel corso della vita, molte cose. Queste, quasi certamente, prima o poi ci torneranno utili. Se l’arte si riferisce alla saggezza artigiana ereditata dalle mani dei nostri nonni, poi, acquista un valore inestimabile.

Mistiari Cucito

E chissà se avrebbero mai potuto immaginarlo, i giovani mestieranti di settanta anni fa, che sarebbe venuto un tempo in cui, raggiunte le più impensabili frontiere tecnologiche, sarebbe stato proprio il saper lavorare la farina con l’acqua e il sapersi destreggiare con ago e filo, a salvarci le giornate. Oggi, più che in altre epoche storiche, ritorniamo ad essere artigiani, contadini, lavandaie e “maistre di tessitura”. Accantoniamo per un po’ i lavori del nuovo millennio che ci vedono interior designer e wedding planner e riscopriamo la primordiale connessione con la terra, il cibo, le stoffe e le cose semplici.

I mestieri in quarantena

Viviamo giorni inusuali, giorni fuori dall’ordinario. Il quotidiano, per molti, non è più fatto da sveglie moleste, pasti precipitosi, improperi con i colleghi e poco tempo libero a disposizione. Un decreto straordinario ci ha messi di fronte all’essenzialità del nostro lavoro, oltre che di molte altre cose.

Smart Coronavirus

Tanti lavoratori, fra le righe di un provvedimento, hanno scoperto di svolgere una professione capitale per la comunità. Altri, sospinti dall’emergenza sanitaria che ha vietato gli assembramenti, hanno dovuto sperimentare il lavoro da scrivania, in smart working. L’eterogeneo recipiente delle professioni, però, è composto anche da lavoratori che l’ordinanza ha lasciato a casa, mettendo in quarantena non solo la persona ma anche il suo mestiere.

Il mestiere di arrangiarsi

Corsi e ricorsi storici insegnano, però, che oltre a essere un “popolo di santi, poeti e navigatori”, possediamo un’altra grandiosa virtù. La chiamano abilità nell’arrangiarsi ma potremmo anche definirla capacità di improvvisare l’arte mentre la si impara. E se già negli anni ’50 i maestri del cinema raccontavano questo patriottico virtuosismo nella commedia italiana, stereotipandolo talvolta fino al parossismo, oggi ci rendiamo conto di quanto sia importante possedere questa qualità. E la percezione popolare risuona di un ritovato senso di comunità e di orgoglio nazionale, oltre che di un ritorno alla semplicità.

Mistiari  e far in modo che le cose accadono

A plausibili momenti di sconforto, si alternano sempre più frequenti spiragli di luce. “Ce la faremo! Supereremo anche questa!”. Incitazioni che diventano un mantra e gravitano intorno a tutte le spiacevoli traversie del passato che hanno fatto credere, sopratutto a chi ci dava per vinti, che saremmo affondati. E invece siamo sempre rimasti a galla. Le guerre, la fame, il dopoguerra, gli anni di piombo esacerbati dal terrorismo di partito. E poi la recessione, la crisi economica, le calamità naturali che hanno prostrato regioni intere.

Vimini

Ognuna di queste tristi congiunture storiche, per quanto brutali siano state, ci hanno resi maggiormenti consapevoli che siamo capaci di cavarcela. Se chiudono bar, mercati rionali, parrucchieri e pasticcerie; si riaprono, allora, le scatole di latta contenenti ago e filo e ci si riscopre ottime “cochere”.

I mistiari e la vita semplice

E se parliamo di ricostruzione, rinascita, scenari quotidiani, ritorno alla semplicità e alla autenticità, il richiamo ad un altro dei capisaldi del cinema italiano diventa imperativo. Basterebbe spiare dalle veneziane di un qualunque appartamento di città, per avere l’impressione di ritrovarsi sul set di uno dei capolavori del neorealismo diretto da Luchino Visconti, Ettore Scola o Vittorio De Sica. Donne che cucinano e ricamano, uomini che tinteggiano il salotto e bambini che colorano. Giornate scandite da drammi familiari, carezze confortanti e flussi di coscienza.

Mistiari Pani

E le cucine che profumano di torta di mele e pane caldo. Se abbiamo mai avuto il tempo e la maniera di guardare uno dei manifesti dell’Italia del dopoguerra, ci saremo sicuro imbattuti in scene come quelle sopra descritte. Le strade del centro cittadino brulicavano di botteghe artigiane, venditori ambulanti, lavandaie, operai che si recavano in fabbrica e arrotini. Nessuna impresa eroica, ma solo tanta, candida, modesta e disadorna, genuinità popolare. Solo persone semplici intente a svolgere i ‘mistiari’ di un tempo.

Quando tutti i mestieri erano essenziali

E nell’attuale Lamezia Terme, quali erano i mestieri più in voga nel dopoguerra e che oggi, a distanza di settant’anni, sembrano essere tornati fugacemenete sotto i riflettori?

lavoro all'Uncinetto


Nello spaccato di storia locale del tempo, la dissonanza tra mestieri prettamente femminili e maschili era cristallina. I lavori che richiedevano forza, precisione e manualità agli uomini, le attività domestiche e di cura alle donne. Mistiari diversificati, specchio di un’epoca.

I mistiari maschili

Tra gli usuali mestieri affidati al genere maschile ritroviamo “U scarparu” (il calzolaio), l’artigiano al quale era affidato il confezionamento di scarpe nuove e la riparazione di quelle usurate. Maestro di taglio e cucito era invece “U sartu” (il sarto), incaricato della realizzazione e dell’ammenda di abiti, perlopiù maschili. In ogni centro, soprattuto se a forte connotazione agricola, non poteva poi mancare “U furgiaru” (il fabbro).

Fabbro

Questa indispensabile figura professionale, abile con incudine e tenaglie, dal ferro battuto incandescente, forgiava vanghe, falci e picconi. Si adoperava, però, anche nella manifattura di ferri da cavallo. E, di conseguenza, ricopriva anche la carica di maniscalco, ferrando i cavalli e i buoi di contadini e signori. Strettamente connesso a questa figura, “U sillaru” ( il sellaio). Come ci suggerisce il termine stesso, si occupava della produzione di selle e basti per gli equini e il bestiame da lavoro. Evocativa figura del passato, ormai dipartita, era l’arrotino. Questo pittoresco lavorante vendeva il servizio di affilatura coltelli e arnesi da lavoro. E al suo passaggio, la squillante voce echeggiava per le vie cittadine.

Lavorazione Del Legno

L’artigiano particolarmente abile nel sue mestiere, poi, riceveva il ragguardevole titolo di “Mastru”. A seconda delle dote posseduta, si distingueva “U murature”, “U falegname”, “U seggiaru”, anteceduto dal decoroso appellativo.

I mistiari femminili

Le donne, dal canto loro, si prodigavano in ‘mistiari’ altrettanto cruciali per la comunità. Come gli uomini, acquisivano la qualifica di “Maistra” se specializzate in un settore. In questo caso, nel campo del ricamo o del cucito.

mistiari del telaio

Le ‘maistre’, non erano solo particolarmente abili con punto ad ago, ma possedevano la solerte dote dell’insegnamento. E le loro case, nel pomeriggio, si affollavano di allieve custodi dei segreti di diritto e rovescio con ago e filo. E le giovani mani creavano tovaglie merlate, biancheria per la casa, gonnelle e corpetti su misura. Il settore tessile, allora ancor più di oggi, era amministrato perlopiù dalle donne, tant’è che molte si specializzavano nel campo, contribuendo al sostentamento della famiglia. Le tessitrici erano delle vere e proprie maghe del telaio, arnese col quale le piante di lino e ginestra si tramutavano in capolavori d’ornamento. Con tessuti di ogni genere avevano a che fare anche “le lavannare” (le lavandaie). Mestiere tanto faticoso quanto indispensabile. Ogni famiglia benestante poteva permettersi di “noleggiare” una donna che per loro conto si occupava del bucato.

mistiari del Bucato

Munite di “liscivia”, composto fatto principalmente da cenere del camino nota per il suo alto potenziale sbiancante, le lavandaie lavavano e asciugavano la biancheria al torrente più vicino. Mentre facevano il bucato addolcivano l’affanno con canti popolari e folcloristiche filastrocche. Antesignane delle levatrici e delle attuali ostetriche, “le mammane” che assistevano le donne incinte al parto. Si servivano spesso di “attrezzi casalinghi”, assistendo al primo vagito del nascituro. Il mestiere della mammana si tramandava, di certo non era frutto di notti insonni passate sui libri di medicina. Oggi, le custodi del mistero della vita nuova, verrebbero di certo annoverate tra i lavori essenziali.

I ‘mistiari’ di una volta riscoperti con la pandemia ultima modifica: 2020-05-05T07:48:34+02:00 da Martina Falvo
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